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Nel libro di Aldo Santini, un tributo al sigaro Toscano, c’è un bell’ episodio che vede protagonisti due illustri regnanti: la regina Vittoria d’Inghilterra e il nostro Vittorio Emanuele II. Quest’ultimo, in visita a Londra, dopo aver scorciato di qualche centimetro i baffi a manubrio, su consiglio di Cavour, per non spaventare le raffinate dame della corte britannica, fu riconosciuto dalla regina che commentò l’incontro così: “Era piuttosto rozzo e maldestro, ma simpatico, coraggioso, sincero. Un uomo vero”. E sorridendo – aggiunge l’autore – si permise di malignare che odorava di selvatico. Quel selvatico – prosegue Santini – al 99% corrispondeva al profumo acre del Toscano che impregnava barba e baffi del re, amante del Toscano. Altri personaggi illustri che preferivano il Toscano furono il re del Belgio Alberto e l’imperatore austriaco Cecco Beppe. E bisogna aggiungere che tra gli appassionati celebri il primo fu nientemeno che Henry Beyle, alias Stendhal. Il Toscano è indubbiamente un sigaro da re “oltre che da contadini, oltre che da proletari, oltre che da letterati, da intellettuali senza birignao […] Il Toscano ha finito per diventare il sigaro privilegiato degli uomini veri. Degli uomini, cioè, che nel sigaro cercano il sentimento, il sapore, l’aroma, il succo vitale della terra-madre mediati dal tabacco” (cfr. Santini). Due di questi furono sicuramente Giuseppe Verdi e Giacomo Puccini, entrambi estimatori dei sigari di Lucca. Così come Pietro Mascagni che li fumava sin da giovane. All’inizio i ‘mezzi Toscani’, poi, dopo il successo della Cavalleria rusticana, gli ‘antichi’. “Mascagni fumava gli Antichi Toscani durante le prove e le repliche dell’opera. Li fumava a casa, a spasso, nei caffè. “Anche a letto” aggiungeva la moglie. Li fumava imperterrito nel negozio di tessuti del suo migliore amico in piazza Grande a Livorno. Li fumava, soprattutto, ininterrottamente, allorché giocava a scopone con i suoi compagni obbligati a lasciarsi investire dalle sue zaffate di fumo e a lasciarlo vincere” (op. cit.). Per il Toscano prese una bella sbandata anche Giuseppe Ungaretti: “[…] l’avevano portato a visitare in Borgo Giannotti la fonderia delle campane dei Lera, celeberrime, un laboratorio scuro dove le campane di mezzo mondo nascevano dall’argilla sposata e modellata con lo sterco di cavallo. E là, in quell’antro, quasi tutti gli operai fumavano il mezzo Toscano, così il poeta volle provarlo e gli piacque parecchio” (op. cit.). Anche Enrico Pea, suo amico per la pelle, coltivava una passione per il Toscano, visibile dalla sua barba impregnata con gli anni dell’aroma del sigaro. E persino Ezra Pound faceva parte degli amatori del sigaro fiorentino, come pure il critico d’arte Pier Carlo Santini. Tra i divoratori di Toscani non bisogna dimenticare Mino Maccari, creatore e animatore per quasi vent’anni della rivista “Il Selvaggio”, una delle più rigogliose riviste del secolo. Un’altra figura che si ricorda infallibilmente con il Toscano acceso fra le labbra è Carlo Levi, che col suo sigaro si è fatto ritrarre persino nella foto di copertina del capolavoro Cristo si è fermato a Eboli. Nella lista di estimatori c’è anche Giorgio De Chirico e il pittore e designer Roberto Sambonet. Come dice Bozzini: “Per lui fumare toscani era “un fatto di cultura e quindi di civiltà”. Consigliava di controllare le venature della foglia avvolgente che non devono essere né troppo grosse né troppo sottili; poi il colore, che deve essere lucido e ben dorato, come la pelle di una donna bruna abbronzata. (cfr. Bozzini). “Gianni Brera allineava i Toscani bene in vista nella libreria; oltre a fumarli se li guardava, non solo perché fanno un bel vedere ma anche perché «da ex povero» si compiaceva del suo patrimonio. Definiva il Toscano un «sigaro arduo», ne fumava cinque o sei ogni giorno tra una pipata e l’altra” (op. cit.). Sempre Bozzini ricorda Pietro Germi che sembrava nato col Toscano in bocca, e che ne “Il ferroviere”, suo film del ’56, lo usa con la stessa naturalezza, la stessa fusione di Robinson con i cubani. Chiudiamo questa carrellata citando colui che ha giusto merito viene ritenuto il capostipite degli amanti del Toscano: Mario Soldati. I suoi elogi – racchiusi nel libro Rami secchi del 1989 – accompagnano e caratterizzano il successo e la storia del sigaro fiorentino: il sigaro italiano per eccellenza.

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