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Il sesso a Pompei era vissuto senza inibizioni,
proprio perché era considerato del tutto naturale.
Il Fallo era visto come simbolo di fertilità, abbondanza e buona sorte,
era simboleggiato vicino alle fontane o, a forma di campanello (tintinnabulum),
appeso fuori dalle case per tenere lontano il male.

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lupanari (dal latino lupa = prostituta),
furono, nel corso di tutta l’epoca romana
i luoghi deputati al piacere sessuale mercenario,
ovvero delle vere e proprie case d’appuntamento,
dove erano presenti diverse celle con i letti a muro,
all’interno delle quali si tenevano gli “incontri amorosi”.

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Il lupanare di Pompei  era il bordello più famoso della città,
era un piccolo edificio che si trova all’incrocio di due strade secondarie;
costituito da un piano terra e un primo piano
a cui si accedeva mediante una stretta scala.
Al piano terra si accedeva da due ingressi separati:
il primo si trovava nel cosiddetto “Vicolo del Lupanare”
il secondo, comodo per chi arrivava dal Foro, si trovava al vicolo sud-ovest.
Entrambi gli ingressi conducevano in una specie di saletta centrale,
intorno alla quale si aprivano cinque cellae meretriciae
con letti di pietra coperti da un materasso, chiuse da porte di legno.

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La latrina si trovava sotto le scale di legno che portavano al piano superiore
dove c’erano altre cinque stanze ed un balcone.
Il piano terra, era destinato alla frequentazione di schiavi
o delle classi più modeste, mentre il primo era riservato
ad una clientela di rango più elevato.
Le pareti delle celle erano intonacate di bianco e quasi completamente
coperte dai graffiti incisi sia dagli avventori
che dalle ragazze che vi lavoravano, normalmente schiave greche o orientali.
Oltre a scritte scurrili, le circa 120 iscrizioni conservano lamentele
per aver contratto malattie veneree e nomi di donne greche ed orientali,
famose per la loro bellezza e lascivia.
Vi erano poi numerosi affreschi alle pareti
che rappresentavano le diverse “prestazioni”che si potevano chiedere,
ed ognuna aveva il suo prezzo.
Il prezzo andava dai due agli otto assi (un bicchiere di vino ne costava uno):
ma il ricavato, trattandosi di donne senza personalità giuridica,
andava al padrone od al tenutario (lenone) del bordello.
Sulla porta della cella era riportato il nome della donna
e il prezzo della prestazione e un cartello di occupata
serviva ad avvertire il cliente successivo. di aspettare il suo turno.
Il nuovo cliente ingannava il tempo scrivendo sui muri…….
I Pompeiani ci tenevano infatti a ostentare la propria virilità
nell’ atto in cui si abbandonavano al godimento “dell’istinto amatorio”.

Al piano superiore si accedeva da un ingresso indipendente e.
attraverso una scala che terminava su un balcone pensile,
si accedeva alle diverse stanze.
La costruzione dell’edificio risale agli ultimi periodi della città:
In una cella l’intonaco fresco, infatti, ha catturato
l’impronta di una moneta del 72 d.C..
All’entrata si potevano acquistare i profilattici usati poi dai clienti.
Erano fatti con intestini essiccati di pecora, che pur non essendo
un’invenzione dei Romani devono a questi il loro perfezionamento
e la loro ampia diffusione. Il preservativo, infatti,
faceva parte della dotazione di base del soldato romano
che dopo l’uso lo lavava e poi lo riutilizzava.
Il suo uso era finalizzato soprattutto ad evitare
che una campagna militare venisse ostacolata da epidemie imputabili
a malattie veneree capaci di decimare interi eserciti.
I bordelli erano ben riconoscibili perché
erano tutti personalizzati da una particolare lanterna
e dagli organi maschili scolpiti, ben visibili, mentre gli interni,
erano caratterizzati da un desolante squallore, da un ambiente sporco
e saturo dal fumo delle lanterne.
Le prostitute erano suddivise in caste:
le delicatæ, le famosæ, le lupae, le bustuariæ,
le scorta erratica, le blitidæ, le gallinæ,
le forarie, le fornices, le quadrantarie, le diabolaiæ
Le delicatae e le famosae erano ragazze colte,
capaci di intrattenere i clienti più raffinati;
le lupæ erano così chiamate perché attiravano
i clienti con una specie di ululato;
le bustuariæ esercitavano la professione nei pressi dei monumenti funebri;
le scorta erratica erano le passeggiatrici vaganti,
che, per farsi riconoscere, indossavano la toga, veste maschile
che lasciava scoperte le ginocchia; inoltre, per lo stesso motivo,
si tingevano i capelli di rosso oppure portavano una parrucca rossa;
le blitidæ erano prostitute da osteria .e prendevano il nome.
da una bevanda di basso costo venduta in quei posti;
Attenti alle gallinae che erano anche ladruncole;
le forariae esercitavano lungo le strade di campagna;
le fornices si prostituivano sotto le volte (fornices) di archi, ponti, ippodromi;
le quadrantariae erano coloro che si accontentavano di un quarto di asse a prestazione.
L’ultimo gradino di questa scala sociale era occupato dalle diobolariae,
le infime, quelle da due soldi che esercitavano il loro mestiere
nei quartieri accomunati dal forte degrado e dalla miseria più assoluta.
Le prostitute di alto rango potevano permettersi abiti raffinati,
spesso leggeri e trasparenti, molto colorati, per mostrare le fattezze del corpo.
Molto usati ovviamente anche trucco e parrucche.
Un problema legato alla pratica della prostituzione
era quello delle gravidanze indesiderate.
Le donne romane ricorrevano spesso alla pratica dell’aborto,
anche perché i metodi utilizzati per il controllo delle nascite erano del tutto inefficaci,
alcuni legati più che altro alla sfera della superstizione.
Gli “esperti” consigliavano spesso di inserire, nella vagina,
prima del rapporto, come contraccettivo,
un tampone di lana imbevuto di limone che ha un effetto spermicida.
Si riteneva che anche il pepe nero, applicato dopo il rapporto amoroso
sul collo dell’utero, potesse impedire il concepimento.
Dinanzi ad una gravidanza indesiderata, molte donne, non solo prostitute,
praticavano  l’infanticidio: la gravità della situazione rese necessario
l’intervento dello Stato, con la Lex Cornelia, con cui si puniva con la deportazione
e la confisca dei beni coloro che ricorrevano all’aborto.
L’ altra alternativa era ovviamente l’abbandono dei bambini appena nati.
Altro grosso dramma legato alla diffusissima pratica della prostituzione
era la notevole diffusione di malattie veneree.
Non si conoscono infatti interventi sanitari di controllo su questi ambienti.
Le prostitute curavano l’igiene intima con dell’acqua dopo i rapporti
ma chiaramente questo non era un rimedio alla diffusione delle malattie.
Le testimonianze dell’epoca parlano di sifilide, gonorrea, scolo.
Questo tuttavia non fermò la passione inarrestabile
degli antichi romani per la prostituzione.
Alle prostitute era vietato indossare la stola lunga,
propria delle matrone, testimoniare in tribunale e accettare eredità.
Solamente con il matrimonio potevano elevarsi al rango di matrone.

Recenti studi hanno dimostrato come la prostituzione
fosse uno dei settori su cui si basava l’economia pompeiana.
Infatti, oltre che nei luoghi a ciò deputati,
la prostituzione si esercitava anche nelle terme,
nei teatri ed in molte case private, dove le famiglie
facevano esercitare le proprie schiave (o schiavi,
visto che la prostituzione era anche maschile).
Le lupe che esercitavano nei postriboli dovevano fronteggiare
perennemente la concorrenza di una significativa quota
di patriziato femminile che amava camuffarsi per poi prostituirsi nei lupanari.
Questo era il passatempo preferito dell’imperatrice Messalina,
moglie di Tiberio Claudio, che amava prostituirsi con lo pseudonimo di Lycisca.
Messalina si presentava nei bordelli con capezzoli dorati e gli occhi segnati
da una mistura di antimonio e nerofumo,offrendosi
a gladiatori e marinai per qualche ora al giorno.
Plinio il Vecchio racconta che una volta sfidò in gara
la più celebre prostituta dell’epoca e la vinse riuscendo ad avere
25 concubitus (rapporti) in 24 ore.
Fu proclamata invictae.
Ssecondo Giovenale, “lassata viris, nondum satiata, recessit
(stanca, ma non sazia, smise).
La prostituzione a Roma come a Pompei e come d’altronde
in tutto il mondo romano, seppur molto diffusa,
era comunque considerata infamante al pari del mestiere di attore
o di chi praticava l’usura; ed è per questo che qualche patrizio
preferiva non farsi riconoscere e, in questo caso,
si serviva di una parrucca e si copriva il volto con una maschera.
Intorno al I secolo d.C., come conseguenza del divieto d’introdurre
all’interno dei lupanari monete con l’effige imperiale,
furono battute apposite monete che presero il nome di spintria;
erano più precisamente tesserae eroticae,
con le quali era possibile pagare le prestazioni sessuali alle prostitute.
Su di un lato, usualmente c’era la rappresentazione di scene
delle 15 diverse forme di rapporto sessuale e
sull’altro i numeri da I a XVI.
Davanti ai numeri II, IIII e VIII si trova a volte la lettera “A”.
Si suppone che i numeri indichino il costo delle prestazioni in assi
che spiegherebbe la lettera “A”.
Il numero XVI corrisponderebbe quindi a un denario.
Erano di norma coniati in ottone o bronzo
ed avevano circa le dimensioni di una moneta da 50 centesimi di euro

La maggior parte dei bordelli erano una sorta di piccole aziende
dove il padrone faceva lavorare due o tre schiave come prostitute
oppure ricavava un reddito con l’affitto della cella meretricia a donne libere.
A Pompei nell’insula VII, 12, 18, è rimasta traccia di due tenutari,
Africano e Vittore che, prima della distruzione della città,
avvenuta ad opera dell’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.,
gestivano un bordello molto florido.
La maggior parte dei bordelli erano costituiti da una semplice camera
sul retro di una locanda ed erano frequentati generalmente
dal popolo minuto che profittava del basso prezzo
a cui erano offerte queste prestazioni sessuali.

Numerosi erano i bordelli non registrati,
nei registri regionali infatti, non si teneva conto di quelli
che erano mascherati da osterie;
e quelli situati in campagna
dove i possidenti integravano il loro guadagni aprendo lupanari.
Sembra, anche se la cosa, tra gli storici è molto dibattuta, che
anche nelle terme suburbane si svolgesse un certo tipo di prostituzione.
Nello spogliatoio, comune per gli uomini e per le donne,
sono stati ritrovati 16 quadretti erotici,
di cui solo otto sono oggi visibili,
mentre degli altri otto restano solo le tracce
Tra le particolarità, oltre all’immagine del poeta nudo,
c’è anche una scena di amore tra due donne,
unica di amore saffico dell’epoca romana arrivata sino a noi.
Sulla funzione di questi quadretti ci sono due contrapposte interpretazioni:
alcuni studiosi pensano che avessero un ruolo puramente ornamentale,
addirittura ironico, per rallegrare la clientela delle terme,
altri invece pensano che si trattasse di una specie di ‘vetrina’,
una sorta di catalogo di possibili prestazioni offerte
dagli schiavi (uomini e donne) che lavoravano all’interno dello spogliatoio.
L’attività di prostituzione si sarebbe svolta al piano superiore,
che sarebbe stato quindi una sorta di lupanare.
Per i sostenitori di quest’ultima tesi, (tra cui il professor Guzzo),
i proprietari delle terme non dichiaravano esplicitamente
l’attività di prostituzione per non cadere nelle sanzioni
e nei divieti previsti allora dalla legge,
per i quali sarebbero diventati infames,
con il divieto di alcuni diritti,
quali il voto o la possibilità di presentarsi alle elezioni.
Le prostitute dovevano essere registrate e non potevano mantenere il nome di famiglia.
Il fenomeno della prostituzione era così esteso che l’imperatore Caligola
introdusse una tassa per chi praticava questa “professione” e
aprì un grande lupanare nel suo palazzo.
A parte tutto, i Romani apprezzavano molto l’amore a pagamento,
ciò è dimostrato dal fatto che Domiziano, per attirarsi le grazie del popolo,
durante i festeggiamenti per la vittoria riportata sui Germani,
fece lanciare i gettoni per una “consumazione” nei lupanari.

LE ISCRIZIONI SUI MURI DEI BORDELLI DI POMPEI
Hic ego puellas multas futui. «Qui ho fottuto molte fanciulle»
Hic ego, cum veni, futui, deinde redei domum. «Qui io, dopo il mio arrivo, ho fottuto; dopo me ne sono ritornato a casa»
Fututa sum hic. «Qui sono stata fottuta»
Myrtis, bene felas. «Myrtis, tu succhi bene»
Hinc ego nun futui formosam puellam laudatam a multis, sed lutus intus erat. «Qui ho appena fottuto una formosa fanciulla lodata da molti, ma dentro era fangosa»
(CIL, IV 2175; 2246; 2217; 2273; 1516)
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