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Artemisia Gentileschi, Susanna e i vecchioni e lo Stupro

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Artemisia è un interprete una delle migliori a mio avviso nel campo della pittura del ‘600.

E’ stata rispolverata dal movimento femminista non tanto pe le sue qualità di pittrice ma sopratutto per il carattere la forza e la storia che la segna: un processo per stupro.

Artemisia Gentileschi  nacque a Roma l’8 luglio del 1593, da Orazio, pittore pisano dagli iniziali stilemi tardo-manieristi, trapiantato a Roma,  e da Prudenzia Montone, che morì quando Artemisia era bambina.
Il padre, in seguito considerato uno dei migliori pittori della cerchia del Caravaggio, totalmente “rapito” dal suo furore espressivo era spesso assente dalle responsabilità della conduzione familiare, affidata essenzialmente alla moglie.
Artemisia fu iniziata precocemente all’attività pittorica e in tal senso la sua formazione iniziò proprio col padre, nella sua bottega in via Margutta: “Dall’età di cinque anni, Artemisia riduceva in polvere i pigmenti, preparava le tele, confezionava le vernici. Con lui la piccola faceva un apprendistato che tutti i suoi allievi avrebbero potuto invidiarle. Francesco, il fratellino, non riusciva a starle dietro. Lei sembrava sempre più svelta, più diligente, più dotata degli altri. Però era femmina. E presto o tardi sarebbe stato necessario separarsene, offrendola a Dio o a un marito. Una femmina che dopo i funerali della madre si ritrovava senza dote, in miseria e nella solitudine”.
Sappiamo che Artemisia iniziò giovanissima le sue prime prove di pittura, incoraggiata e seguita dal padre, che probabilmente vedeva in lei la rivelazione delle proprie abilità di maestro più che di genitore.
Orazio, dopo aver scoperto l’enorme talento della figlia, decise di affidarla all’abilità artistica di Agostino Tassi, un virtuoso della prospettiva in trompe-l’œil, scenografo e pittore, con il quale stava lavorando alla loggetta del cardinale Borghese. Fu così che Agostino entrò nella vita dei Gentileschi, cominciando a frequentare la loro casa, in via della Croce. Violento, truffaldino, invischiato in un numero imprecisato di procedimenti penali, incarcerato e esiliato più volte, libertino, mandante di diversi omicidi tra cui (pare) anche quello della moglie, debitore incallito dal quale pretendere un pagamento poteva essere rischioso.
E poi, la più infamante delle accuse per un pittore, quella di aver usato la sua attiva bottega anche come fucina di falsi, confezionati da lui stesso o dai suoi garzoni. Un delinquente, insomma, che però per anni fu una vera e propria stella del firmamento artistico della fine del ‘500 e della prima metà del ‘600. A lui si rivolsero papi e cardinali per affrescare le stanze dei palazzi più prestigiosi della Città Eterna.
La moglie, Maria Cannodoli, era stata stuprata da lui e successivamente sposata. L’aveva lasciato a causa della sua infedeltà, preferendogli un mercante di Lucca.
Agostino Tassi era stato infatti l’amante di Costanza, sorella minore di Maria, che aveva accolto in casa come figlia, da che era rimasta orfana.
Resosi responsabile della gravidanza della giovane cognata, all’epoca quattordicenne, Agostino aveva indotto un suo allievo, Filippo Franchini, a sposarla, dietro ricompensa di una dote cospicua.
Il legame tra Agostino e Costanza non finì e il pittore visse addirittura in casa Franchini un menage a trois. L’ossessione di Tassi era l’impiccagione, perché egli sapeva che giacere con la sorella della moglie era l’equivalente di un incesto: Roma puniva quel crimine con la morte. Se ne faceva carico Paolo V, Camillo Borghese. Agostino fu infatti accusato dalla sorella Olimpia di adulterio e incesto con la cognata. E processato.
Protagonista di più di un processo, il Tassi si accese di passione per Artemisia, che nel frattempo diventava una donna di particolare bellezza e un’artista eccellente. Agostino aveva già sentito parlare della giovane Gentileschi e quando la conobbe iniziò a corteggiarla. Artemisia, pur non essendo indifferente al fascino di quell’artista  dai burrascosi trascorsi, di cui aveva sentito parlare dal padre Orazio, si sottrasse alle insistenti richieste d’intimità di Agostino.
Il 9 Maggio del 1611 l’abusiva protervia maschile del Tassi violò il giovane corpo di Artemisia.
Un anno dopo lo stupro Orazio Gentileschi scrisse una lettera di supplica al papa Paolo V, affinché venisse istruito il processo contro Agostino Tassi. Nella lettera si fa riferimento anche al furto di un non meglio identificato quadro: “Iuditta, di capace grandezza”.
Probabilmente più che la volontà di giustizia fu la rivalità fra artisti e il mancato rispetto della promessa matrimoniale avanzata dal Tassi a spingere il Gentileschi a chiedere al Papa di procedere contro il pittore, che aveva “forzatamente sverginata e carnalmente conosciuta più e più volte” la figlia.
Artemisia, un mese dopo il processo, nel novembre 1612, sposò Pietro Antonio Stiattesi, lasciando Roma per Firenze. Abbandonare Roma fu una scelta dolorosa, ma necessaria: Artemisia si allontanava da un passato tormentato e da un padre ingombrante, di cui ben presto avrebbe rinnegato il cognome, preferendogli quello dello zio.
La Città dei papi era ormai impraticabile per lei, come donna, di cui si sottolineavano continuamente le caratteristiche di licenziosità sessuale.
L’iter probatorio culminò nella drammatica tortura dei “sibilli” (cordicelle strette attorno alle dita), inflitta dagli inquisitori ad Artemisia per acclarare, secondo la significativa mentalità giurisprudenziale dell’epoca, l’accertamento della verità.
Il reato di stupro veniva in quei tempi considerato e punito secondo i criteri dell’integrità socio-morale più che della dignità della persona e la giovane poteva ricevere giustizia solo se, attraverso procedure “discutibili”, veniva dimostrata l’avvenuta deflorazione, segno tangibile della perdita dell’onore.
Il processo, che durò dal marzo all’ottobre del 1612, vide sfilare un numero infinito di testimoni che pare facessero a gara per mentire. Artemisia e Agostino continuarono a ribadire gli stessi argomenti: lei sostenendo di essere stata ingannata e violentata, lui dicendo che lei mentiva e che era da tutti risaputo che era “donna di malaffare”. Agostino fu condannato, ma non scontò mai la pena né si allontanò da Roma. ( altre fonti indicano invece l’esilio per questo)
Artemisia dunque all’età di diciotto anni viene violentata da Agostino Tassi e dopo aver verificato la disonestà dell’uomo circa il “matrimonio riparatore”, confessa tutto al padre.

Ne segue un processo di cui è rimasta un’esauriente testimonianza documentale che colpisce per la crudezza e per i metodi inquisitori, culminanti con la tortura mediante schiacciamento dei pollici subita dalla giovane, allo scopo di verificarne le affermazioni.

Il processo si conclude con una lieve condanna del Tassi. Artemisia, disonorata e in disgrazia è costretta a lasciare Roma.

Susanna e i vecchioni. olio su tela (170×119 cm)

Susanna e i vecchioni” di Artemisia Gentileschi
I pittori schivano il seguito. Cioè l’arrivo del profeta Daniele che interroga separatamente i vecchioni, li fa cadere in contraddizione e poi suppliziare invece di lei. Non ricordo di aver mai visto dipinta la scena del processo, lo smascheramento, la punizione dei calunniatori. Sempre la bella al bagno. Sensuale ma innocente, talvolta; voluttuosa sempre. Susanna garantiva un’immagine di nudità erotica ma vereconda, legittimata dalla fonte biblica (pur apocrifa). Inventari e archivi attestano che i committenti erano sempre uomini  –  spesso religiosi.
Minaccia, ricatto: la violenza sulla donna
Dunque c’è una giovane donna formosa, dalla pelle trasparente. Nuda, salvo il drappo bianco sulla coscia sinistra, che occulta l’inguine. È raffigurata dal vero, con naturalismo e senza idealizzazioni: l’areola rosea, la poppa piriforme, ventre e arti cicciosi. Non si vedono gioielli, indumenti, boccette, balsami. Susanna è priva di ogni ornamento: indifesa. Il pittore  –  che appartiene all’ambiente romano dei caravaggisti d’inizio ‘600  –  ha assimilato la lezione del maestro: la narrazione è scarnificata, la scenografia abolita. Non c’è il giardino della bella casa di Babilonia, descritto nel testo. Né il leccio e il lentisco fatali ai giudici, o fronde e verzura lussuriosa. Solo il cielo azzurro che, in alto, trasuda minerale freddezza. E i personaggi, colti in azione. Così il pittore dipinge Susanna seduta sul gradino della vasca (invisibile) in cui sta per immergersi, incarcerata dalla parete di marmo. In posizione dominante, gli spioni incombono su di lei, formando una piramide. Il linguaggio dei gesti surroga la visione della nudità. Il più anziano, col dito alle labbra, le intima il silenzio. L’altro, che non è vecchio come vorrebbe il racconto ma un giovane riccio e barbuto, tocca confidenzialmente la schiena del primo, e gli sussurra complice all’orecchio. Il prugna-bruno del suo mantello si salda col rosso di quello del vecchio: una macchia di colore contro la pallida epidermide di lei: Susanna non ha scampo. L’espressione del suo viso rivela angoscia e impotenza. Sa cosa l’aspetta, se si nega. Ma si nega, gesticolando, inorridita. Il pittore ha capovolto il senso di questa morbosa storia, pretesto per celebrare la bellezza femminile e il voyeurismo maschile. Incentrandola non sullo sguardo che viola l’intimità ma sul ricatto, l’ha trasformata in una scena di sinistra violenza psichica: la composizione verticale dell’immagine accresce l’effetto di minaccia.
Non sappiamo per chi fu dipinto questo quadro. Sappiamo però quando, e da chi. ARTIMITIA GENTILESCHI F 1610, si legge sul marmo, nell’ombra della gamba. La scritta, a lungo ritenuta apocrifa, è invece autentica. La pittrice firmò e datò l’opera. Ciò mi obbliga a rinnegare il ragionamento iniziale. L’autore del quadro era una donna: e lo rivendicava, specificando il suo nome. E voleva anche che si sapesse che l’aveva dipinto a 17 anni (era nata nel 1593).
Che all’età in cui i coetanei facevano i garzoni o i lavoranti nelle botteghe dei maestri, lei sapeva già disegnare, colorire, inventare e realizzare (F= fecit) un quadro di storia di medio formato, con tre figure. Storia e corpi umani: il genere di pittura più alto e difficile. Se fosse stata un ragazzo, a 17 anni poteva “dare l’esame”, dipingendo figure per la commissione, essere accolta come maestro nella corporazione dei pittori e aprire bottega. Come zitella romana, invece, non poteva quasi uscire di casa e viveva segregata. Doveva studiare sui disegni e le incisioni del repertorio della bottega del padre, il pittore pisano Orazio Gentileschi. Ma non si poteva impedirle di coltivare il suo talento e di progredire. Anzi Orazio  –  sodale di Caravaggio, vedovo selvatico dalla lingua scurrile  –  incoraggiava le ambizioni della figlia. Nel 1612 scrisse alla Granduchessa di Toscana che Artemisia “in tre anni si era talmente appraticata, che posso ardir de dire che hoggi non ci sia pare a lei, havendo per sin adesso fatte opere, che forse principali maestri di questa professione non arrivano al suo sapere… Gli manderò saggi dell’opera di questa mia figlia dalla quale vedrà la virtù sua”.
Susanna e i vecchioni si lascia allora leggere come quel “saggio” della capacità (virtù) di ARTIMI-TIA. Una pittrice pensa per immagini, visivamente, e ogni scelta (rinuncia al paesaggio, inquadratura stretta, verticalità, giovinezza del calunniatore e sua caratterizzazione come fosse il ritratto di una persona reale), è carica di senso. Anche la firma parla, se si pensa che a quel tempo Artemisia non sapeva “scrivere e poco leggere”. Il padre forse la aiutò a migliorare il quadro, suggerendole correzioni nella posa delle figure, e a farlo circolare, proponendolo ai propri committenti quando Artemisia fu coinvolta (per volontà di Orazio stesso, che sperava di ricavarne la dote e la restituzione dell’onore, in quest’ordine) nel processo contro il suo defloratore Agostino Tassi. Nel tribunale di Roma, non intervenne il profeta Daniele a confermare le sue parole. Artemisia fu calunniata, e l’ignominia della disonesta fama l’inseguì fino alla morte, e oltre. Ma avrebbe rifiutato il diritto all’oblio: si specializzò proprio in nudi femminili di vittime di stupro morale e fisico (Susanna, Lucrezia), in sante ed eroine forti e peccatrici (Maddalena, Cleopatra, Giuditta). Con grinta, viaggi e affanni, si costruì affetti, reputazione, gloria, dimostrando “un animo di Cesare nell’anima di una donna”. Nel 1649, anziana, scrisse fieramente all’illustrissimo don Ruffo: “vi farò vedere quello che sa fare una donna”. L’aveva già fatto
Susanna_and_the_Elders_(1610),_Artemisia_Gentileschi.jpg
video documentario vintage su Artemisia
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